Come cambierà il Web dopo l’accordo tra Google e Verizon

A Mountain View, nella sede centrale di Google, si sono abituati a vestire i panni dei beniamini del popolo di Internet. Chissà dunque cosa staranno provando ora, mentre la rivista Wired li accusa di essersi “venduti agli operatori” telefonici, e Jeff Jarvis, columnist del Guardian e seguitissimo blogger, gli imputa di aver firmato un novello “accordo di Monaco”. Tutta colpa dell’intesa raggiunta con il colosso delle tlc Verizon, e della proposta di regolamentazione del traffico Internet avanzata congiuntamente dalle due società.
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A Mountain View, nella sede centrale di Google, si sono abituati a vestire i panni dei beniamini del popolo di Internet. Chissà dunque cosa staranno provando ora, mentre la rivista Wired li accusa di essersi “venduti agli operatori” telefonici, e Jeff Jarvis, columnist del Guardian e seguitissimo blogger, gli imputa di aver firmato un novello “accordo di Monaco”. Tutta colpa dell’intesa raggiunta con il colosso delle tlc Verizon, e della proposta di regolamentazione del traffico Internet avanzata congiuntamente dalle due società. Un’intesa che mette a repentaglio la “net neutrality”, dicono i critici, ovvero il principio in base al quale non esistono discriminazioni tra i contenuti che viaggiano online. “Ma quello della ‘neutralità’ è stato un concetto importante in una determinata fase storica”, dice al Foglio Antonio Pilati, commissario dell’Antitrust: “Oggi l’ampiezza dell’accesso alla rete è letteralmente esplosa”.
In quest’ottica, “l’accordo tra Google e Verizon è il primo segno di un riassestamento in corso degli equilibri tra gli attori coinvolti”. Perché è vero che gli utenti possono accedere oggi a una mole sempre maggiore di “risorse cognitive” sul Web, continua Pilati, ma “finora chi ci ha guadagnato di più sono gli ideatori delle ‘architetture organizzative’”, ovvero Google, Facebook, Apple, etc., tutti quelli che consentono a chi naviga di raggiungere rapidamente quel che cerca. Risultano relativamente penalizzati, invece, i “creatori di contenuti” (giornali e non solo), e “i costruttori di infrastrutture fisiche” (gli operatori tlc). Google, accordandosi con Verizon, di fatto riequilibra i rapporti di potere a favore degli operatori telefonici: “Proprio per il successo dell’attuale modello, oggi la rete – soprattutto nel mobile – richiede aggiornamenti”. Questo accordo, sostengono i suoi fautori, può incentivare i fornitori di accesso a investire. Ma non ci sono rischi, come quello di “collusione” tra Google e Verizon, con la seconda che potenzialmente potrebbe per esempio “accelerare” il traffico per favorire i prodotti del gruppo di Mountain View? “Il legislatore dovrebbe intromettersi il meno possibile, perché queste sono materie contrattuali e perché siamo in settori ad alta intensità di cambiamento tecnologico. Molto più utile affidarsi agli interventi antitrust di autorità indipendenti”, conclude Pilati.

E’ meno ottimista Stefano Quintarelli, esperto del settore e già presidente dell’Associazione italiana internet provider, che parlando con il Foglio non nasconde la sua meraviglia di fronte a “due soggetti privati che avanzano una proposta di legislazione in una materia che li riguarda, senza che nemmeno vi sia una consultazione pubblica in corso negli Stati Uniti”. Una forma di pressione indebita? “Ma sono soprattutto alcuni contenuti ad essere di una gravità assoluta! Al punto numero quattro del documento, si legge che i provider possono rallentare il traffico non gradito. E’ come se i gestori di autostrade potessero selezionare le automobili con il permesso di transitare”. Certo, finché ci fosse concorrenza l’utente potrebbe passare a un altro operatore, “ma per il wireless, anche in America, non ci sono tante alternative. Non è un caso se oggi sul Web si fatichi a trovare una voce a favore di Google”. “La delusione dei blogger è dovuta al fatto che Google incarnava per molti l’idea di una nuova era di ‘comunismo digitale’”, osserva Pietro Paganini, docente alla John Cabot University di Roma, “ma i singoli operatori Isp devono essere liberi di poter ricorrere a una gestione intelligente delle reti, offrendo servizi differenziati a tariffe differenziate. A patto di salvaguardare il diritto universale di accesso, questo è l’unico modo affinché i privati sviluppino infrastrutture adatte a una rigogliosa economia di Internet”.